La mietitura a mano è stata praticata fino agli anni Quaranta-Cinquanta del Novecento, successivamente è rimasta solo in zone montane e in piccoli appezzamenti scoscesi, che non permettevano l’utilizzo delle mietitrici meccaniche.
Tecnicamente, nella mietitura a mano si usava la “falce messoria” (la faucìje), dalla lama sottile e non dentata, che si impugnava con la mano destra, mentre con la mano sinistra si stringevano i fasci di spighe (“manocchi”, da mano) che venivano legati con steli di paglia.
Tanti manocchi formavano una “cavalletta”. Le cavallette venivano poi trasportate nell’aia, in attesa dell’arrivo della macchina trebbiatrice.
Per evitare ferite alla mano sinistra da parte della falce, a protezione delle dita, si indossavano dei ditali di canna (vedi foto sotto, ditali da mietitura esposti presso Museo delle Genti d’Abruzzo, Pescara).
La mietitura era un lavoro collettivo ed organizzato. Nei campi di modeste dimensioni partecipavano tutti i componenti della famiglia, come nel caso della famiglia di Pavina. Spesso anche i vicini venivano coinvolti. L’aiuto ricevuto dai vicini veniva ricambiato con altre prestazioni agricole, da prestare presso il loro campo.
Nei campi molto estesi, invece, si organizzavano vere e proprie squadre di braccianti. Il lavoro si interrompeva nei momenti in cui le donne portavano la merenda nel campo (vedi sotto, foto di Santina Di Antonio, mietitura 1965).
foto di Santina Di Antonio, mietitura 1965
